Orientamento, fai le tue scelte.

Orientamento, fai le tue scelte.

Orientamento – Imparo ad ascoltarmi risvegliando dentro di me quel meccanismo capace di spingermi nell’affrontare una nuova scelta, capace di condizionare ogni esperienza.

Cosa spinge la nostra mente a prendere la giusta direzione?

Michael Bolognini – Orientare la propria mente

Siamo il risultato dell’orientamento di ogni scelta vissuta, di ogni errore commesso, del tempo vissuto con coraggio. Così diamo un senso alla nostra quotidianità, consciamente o inconsciamente cerchiamo l’orientamento lungo un sentiero nelle terre inesplorate della vita. Dentro di noi conserviamo un sapere capace di indicarci la giusta risposta ad ogni domanda è una voce timida, silenziosa ma sincera. Conserviamo abilità incredibili e il coraggio necessario per risvegliarli ogni volta che ci sarà necessario. Siamo quei piccoli bambini capaci di nuotare poco dopo essere nati.


In questa nuova guida voglio parlarvi di orientamento, ma non ragioneremo sull’orientamento convenzionale, non parleremo di punti cardinali o tecniche per calcolare distanza e azimut, rifletteremo su uno dei nostri talenti più importanti, quel talento capace di determinare la giusta direzione delle nostre scelte, decisioni che inesorabilmente condizioneranno il nostro futuro.

La nostra mente libera è in grado di spingerci ben oltre l’immaginario, suggerendo decisioni anche nelle situazioni più complesse. E’ difficile comprendere ciò che può essere visto solo con gli occhi della mente, ma per poterci riuscire bisogna essere in grado di aver fede, per liberarlo basterà affrontare le nostre paure e le nostre insicurezze. 

Per mostrare agli occhi delle vostri menti questo potenziale ho voluto ospitare in questa guida due cari amici, ed ho desiderato che entrambi condividessero i loro viaggi, esperienze importanti, tanto importanti da essere state una prima volta per loro. Delle vere e proprie avventure per le quali sono stati obbligati a fare delle scelte.

Sarà interessante leggere la loro esperienza per comprendere questo meccanismo così delicato ma estremamente importante.

Massimiliano Girotto e Angela Bonaccorso sono i protagonisti delle due storie, entrambi hanno sentito all’improvviso la necessità di partire, intraprendendo un viaggio importante in solitaria, l’unica esperienza era solo dentro loro ma ancora non lo sapevano, grazie al coraggio sono stati in grado di affrontare ogni scelta consigliati dal proprio istinto.

“Ora non è più tempo per le mie parole a guidarvi ma quelle di due ragazzi pronti a portarvi nella loro avventura…”


Massimiliano Girotto

Nel’estate di qualche anno fa decisi di prendere la mia Vespa, un’arzilla PX125 dell’80, caricarla all’inverosimile di tenda, sacco a pelo e quant’altro, e partire per un giro che mi avrebbe portato da Treviso fino in Puglia per poi ritornare a casa, passando attraverso gli Appennini e toccando così anche Umbria e Toscana.

Ricordo che qualche settimana prima della mia partenza acquistai una carta stradale dell’Italia con tutti i campeggi, in scala 1 : 800.000, perfetta per avere un’idea di massima del tragitto da intraprendere. Iniziai ad appuntarmi sopra, a matita o con dei piccoli post-it, i vari luoghi che mi interessava vedere creando così, già a casa, una sorta di tragitto per ottimizzare gli spostamenti quando poi sarei stato in viaggio semplificando il mio orientamento.

Ma come spesso accade nei Viaggi con la V maiuscola ti rendi conto che la mappa che avevi previsto, magari ben stampata in testa, spesso non è il territorio che ti ritrovi a percorrere e ad affrontare. Gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e se poi, mentre percorri una bella strada asfaltata che dritta dritta ti porta da A a B , all’improvviso appare davanti ai tuoi occhi un’invitante stradina secondaria che sembra invece attraversare i colli proprio nel mezzo…beh…diciamo che “richiamo dell’ignoto”…“panorami mozzafiato” e “scoperta”…non sono certo cose che riesco ad ignorare.

Mi fermo su uno spiazzo a bordo strada, estraggo la mia fidata carta stradale dalla busta trasparente attaccata al parabrezzino della mia Vespa e individuo il punto in cui mi trovo dopo aver ricordato un paio di riferimenti precedenti.

In questo viaggio infatti avevo scelto di non utilizzare GPS o mappe sul cellulare, sia perchè avrei risparmiato batteria (cosa che mi avrebbe costretto a mettere in conto soste obbligatorie con corrente e prese elettriche), sia per una sorta di richiamo all’antico fascino dell’esploratore. Avevo quindi abituato i miei sensi ad appuntare mentalmente incroci, paesi, segnali, curve, posizione del sole e della costa adriatica, così da avere sempre un’idea più o meno precisa della direzione e della mia posizione. Per tutto il resto ringrazio il mio ottimo senso dell’orientamento il quale continuava a suggerirmi che quella stradina faceva proprio al caso mio.

Dopo qualche minuto sotto il sole cocente di Agosto, che mi sta scaldando il casco in maniera inverosimile, identifico la stradina sulla cartina. Sembra sia percorribile, sebbene quasi invisibile e bianca, e pare attraversi con degli invitanti sali-scendi le colline. Una buona alternativa a quella bella grossa e gialla che sto percorrendo e che invece me le farebbe aggirare.

Decido di imboccarla e vedere successivamente a che punto della mappa salterò fuori.

Guardo l’ora: “Son le 10, ho tutto il tempo in caso per perdermi e ritrovarmi”.

Dopo un primo tratto piuttosto pianeggiante e pulito, lascio alle spalle le ultime case e la strada inizia a salire diventando un po’ brulla; per fortuna il carico sulla Vespa è ben saldo e supero senza problemi gli scossoni più forti.

Man mano che mi alzo di quota la vista si allarga e sulla sinistra si apre un orizzonte di campi color giallo ocra e, in lontananza, il mar Adriatico col suo bel blu.

Dopo aver fatto un paio di curve, la stradina (poco più di una mulattiera in realtà, anche se asfaltata in tempi non recenti) si assesta in un falso piano e decido così di fermarmi e godermi il panorama. Faccio un paio di foto e assaporo questa splendida visuale della campagna romagnola.

Tutto attorno a me tace, nemmeno il suono di una macchina, solo il canto di alcuni uccelli giunge alle mie orecchie. Li individuo tra le fronde ombrose di una serie di alti alberi che circondano i ruderi di quella che sembra una vecchia chiesetta in cima ad un’altura. Decido di raggiungerla rimettendo in moto la Vespa ma, man mano che mi avvicino, si dimostra essere invece una vecchia casa colonica abbandonata e recintata, ma poco importa.

Mi godo ancora un po’ il paesaggio e il silenzio ritornando poi alle curve e la bellezza di quei luoghi in completa solitudine, solo io e il borbottio rassicurante della mia Vespa sotto di me.

Dopo qualche chilometro raggiungo un piccolo borgo e decido di fermarmi a mangiare un panino nella piazzetta, in compagnia di alcuni anziani del paese che stanno giocando a carte lì accanto. Probabilmente, vedendomi arrivare in sella ad una Vespa stracarica, avranno  ricordato tra di loro i bei tempi in cui scorrazzavano su quelle colline con lo stesso mezzo, andando a trovare quella o quell’altra ragazza nei dintorni. A volte buttano delle occhiate curiose e divertite verso di me, seduto ad un paio di tavolini di distanza, con la mia bella acqua-menta fresca in mano e il panino.

Alla fine, quello un po’ più “temerario” mi chiede “Uè, ma da dove viene? dove sta andando?” . Da lì parte una piccola chiacchierata e, tra una cosa e l’altra, vengo a sapere che con la costruzione della strada principale questo paesetto sta pian piano morendo, che poche macchine fanno ormai questa strada e che son pochi i giovani rimasti in quei luoghi.

Tempo qualche minuto e vengono riassorbiti dalla loro partita; io invece mi appunto tutto sul mio taccuino pensando a quanto sia stato provvidenziale quel cambio di tragitto e quante volte sia utile seguire il proprio istinto, abbandonare la strada conosciuta, orientarmi, per poi ritrovarsi dopo qualche chilometro trasportati indietro di 30 anni, in un mondo che ormai sta scomparendo. Più esploratore di così?!

Risalgo sulla Vespa e chiedo “Scusate, per Urbino?”.

Mi risponde il tipo di prima, quasi urlando per superare il rumore del motore della Vespa “Sempre dritto. Quando arrivi alla fine della stradina tra 5 km, scendi e ti ricongiungi con la strada principale. Da lì segui le indicazioni. Arriverai quando il sole sarà ancora alto!”

Facile no?


Angela Bonaccorso

Cosa ti spinge a comprare un biglietto di sola andata e partire da sola per andare dall’altra arte del mondo facendo una cosa che non hai mai fatto?Cosa ti spinge a partire da sola con la tua bicicletta e affrontare il giro delle Alpi da sola?

Avevo paura quando rivolsi per la prima volta la parola a un ragazzo francese con il quale per caso stavo condividendo un tuk tuk. Sono sempre stata molto timida, e parlare con uno sconosciuto senza un evidente motivo mi ha sempre messo in difficoltà. “Sto facendo il giro del mondo, ho preso un periodo sabbatico di 7 mesi”.

Avevo paura quando in ufficio aspettavo di porre quella domanda che mi ha cambiato la vita.  E se mi diranno di no? E se mi diranno di si?  “Vorrei chiedere un periodo di aspettativa non retribuita” 
Avevo paura quando mi dissero: “Sì”. Perché avevo davanti a me l’ignoto e ormai non potevo più tornare indietro. 

“Oh Cxxxo, e adesso?”. Allora sono andata avanti. Perché c’era solo un modo per affrontare tutte queste paure. Buttarmici dentro.
Avevo paura quando cliccai per acquistare il mio biglietto di sola andata del 18 luglio 2018 per Bangkok. Andare da sola dall’altra parte del mondo da sola mi eccitava e terrorizzava allo stesso tempo.Così tanto che mi dicevo che non ci credevo che l’avrei fatto, fin quando non mi sarei vista seduta su quell’aereo. 

E così tanto che quel volo io il 18 luglio non l’ho mica preso. A 3 giorni dalla partenza l’ho spostato. E da lì è cominciato tutto. Un viaggio immaginato, programmato, stravolto, ricostruito, inaspettato, ma incredibilmente perfetto. 

Il 1° agosto caricai la mia bici da corsa, tenda e sacco a pelo prestati da amici, borse piene, un po’ di agitazione e le tracce GPS per un fare un percorso di circa una settimana per arrivare ad Aosta. “E dopo?” “Poi si vedrà, non so nemmeno se mi piacerà”. E poi non ce la facevo proprio ad immaginarmi oltre, a fare programmi così lunghi. 

I primi due giorni furono semplici: Milano-Casa e poi Casa-Torino da mio fratello. Iniziavo ad assaporare il viaggio, ma non ero ancora da sola, mi sentivo ancora in una zona sicura. Fu quando presi il treno per Bardonecchia, scesi e mi fermai a comprare della frutta per la giornata. Lì, in quel momento, realizzai che ero io, io da sola, io l’unica artefice della mia vita in quel momento. L’unica sui contare, l’unica a prendere delle scelte, l’unica a darmi coraggio. Io e nessun altro. Non mi restava che iniziare a “giocare”. Mi resi ben presto conto che in realtà per andare avanti, bastava un minimo di fiducia in se stessi, orientarmi e sopratutto fare la cosa più ovvia che si può fare in bicicletta: pedalare. E nient’altro. Non serviva coraggio. Non c’era niente di spaventoso. C’erano strade percorrere, paesaggi fantastici da ammirare, persone da incontrare. E da usare giusto un pizzico di buon senso ed fiducia nel mio orientamento. 

In realtà c’era una cosa che mi faceva paura. I temporali. Quando la natura si scatena con tutta la sua forza, c’è poco da fare, non si ha nessun controllo. Non si può scegliere di farla smettere. E allora io me la facevo sotto. Chiedevo consigli a chi di avventura ne sapeva già qualcosa. Ma in realtà non servivano consigli. La reazione alla mia paura, era dentro di me, la razionalità. Ogni notte mentre ero sulle Alpi un temporale mi attendeva e io presto ho imparato ad ascoltarli, ad ammirare la tenda che si illuminava con i lampi, a farmi cullare dal rumore della pioggia. L’unico “stress” era ripiegare la tenda bagnata al mattino. Ma mi sono abituata anche a quello. Diversamente dai temporali diurni. 

Dopo una settimana, come da programmi, arrivai ad Aosta. Ero stremata, fisicamente e mentalmente. E sopratutto non avevo più programmi. La mia mente iniziava a fantasticare confusamente fra mille altri itinerari. Potevo andare al mare, potevo andare in Sardegna, potevo andare in Francia, potevo andare ovunque. Oppure potevo continuare il mio percorso sulle Alpi. Una persona duramente mi disse: “ti lamenti sempre, non sei mai soddisfatta”. Realizzai una cosa: non avevo un obiettivo. Mi diedi un obiettivo: attraversare tutte le Alpi in bici. 

Fu così che dopo 3 giorni di stop, impacchettai di nuovo la tenda e ripresi a pedalare. Adesso sapevo dove dovevo andare. Sempre dritto, verso il mio obiettivo. E ogni volta che avevo un ripensamento o dei dubbi, ogni volta che altre possibilità si aprivano, imparai a metterli da parte. 
Seneca diceva: Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.

Fu dandomi un obiettivo che in 24 giorni percorsi quasi 2.000 km, scalando 16 passi alpini e 24.000m di dislivello. Fu così che in quell’Agosto 2018 pedalai da sola fra le montagne dalla Francia alla Slovenia, affrontando fatica, paura e solitudine, gioia e e soddisfazione. E realizzando la mia prima piccola grande impresa personale.


Ammiro molto l’insegnamento dato dal coraggio di ragazzi come Massimiliano e Angela, attraverso le loro esperienze possiamo imparare davvero molto, sopratutto grazie a loro possiamo accendere dentro di noi quella scintilla fondamentale per compiere il primo passo verso la nostra libertà.

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